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Il petrolio a 30 dollari spaventa anche l'Opec. Shale oil a rischio crac

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Posted on: 01/13/16
Assieme alla Cina, il petrolio sarà lo scomodo passeggero che accompagnerà i mercati per tutto il 2016. Nessuno sembra al momento scommettere su una risalita delle quotazioni, «dimagrite» di due terzi rispetto ai picchi di 18 mesi fa e in avvitamento di circa il 18% da inizio anno. Resteranno «basse per un lungo periodo», è la previsione del direttore generale del Fmi, Christine Lagarde. Circolano infatti stime da incubo, riviste in peggio giorno dopo giorno, che fanno del greggio il cigno nero del nuovo anno. L'ultimo vaticinio è di Standard Chartered: 10 dollari il barile, un prezzo da autentico saldo mai più toccato dal 1998, guarda caso anno della crisi finanziaria asiatica. Perfino l'Opec, finora sorda alla necessità di ricalibrare la produzione a fronte di una domanda calante in seguito alla frenata dei Paesi emergenti, sta pensando - con colpevole ritardo - di correre ai ripari. «Possibile convocazione di un vertice di emergenza in marzo», ha anticipato il suo presidente, il nigeriano Emmanuel Ibe Kachikw. Potrebbe essere troppo tardi. O del tutto inutile, se non saranno state prima risolte le tensioni al calor bianco tra Arabia Saudita e Iran. A meno che le ragioni economiche abbiano, alle fine, il sopravvento su quelle politiche. Difficile, se non proprio impossibile.Una cosa è certa: con questi prezzi, sulle plance di comando di parecchi Stati sovrani e di molte compagnie petrolifere lampeggiano le spie rosse. Non potrebbe essere altrimenti. Ieri, a New York, il West Texas Intermediate ha pericolosamente flirtato con i 30,3 dollari, prima di riportarsi sopra i 31 dollari. Le Borse hanno tirato un sospiro di sollievo, centrando il rimbalzo dopo due tentativi falliti, ma i rialzi si sono quindi quasi prosciugati (+1,08% Milano) con il nuovo arretramento del barile, scivolato in serata sotto i 30 dollari, minimo da 12 anni. È il segno di una situazione fragile quanto delicata. Ben lo sa un peso massimo come la Russia, azzoppata dalla recessione e ora costretta a misure drastiche che impatteranno per un 10% sulla spesa pubblica, con l'obiettivo di risparmiare oltre 9 miliardi di dollari. Così come in Arabia e Norvegia, dove i fondi sovrani sono stati usati come bancomat per tappare le falle nei bilanci, il piatto piange anche a Mosca. E le cose non vanno meglio sul fronte corporate: la britannica BP si appresta a impugnare la scure per tagliare 4mila posti di lavoro entro la fine del 2017. È però dagli Stati Uniti, patria dell'ex terra promessa dello shale oil, che potrebbero arrivare i guai peggiori. Ai prezzi attuali, i produttori Usa perdono quasi 2 miliardi a settimana, stando ad alcune stime. Un deficit insostenibile, al punto che un'analisi di Wolfe Research non esclude il fallimento di almeno un terzo delle compagnie del settore. Che, già con l'acqua alla gola, stanno anche patendo il giro di vite alle linee di credito imposto dalle banche. In alcuni casi, si tratta di una riduzione dei fidi di oltre il 50%: un vero e proprio cappio stretto attorno al collo.




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